Disegno di Giancarlo Caracuzzo
Salve! Mi chiamo Lenny, Lenny Lee.
Mi è stato chiesto di scrivere qualche riga per farmi conoscere. E non so da dove cominciare. Non è mai facile parlare di se stessi. Non è per timidezza o pudore. E’ che anch’io faccio fatica a pensarmi in un modo preciso. Nonostante i trenta si avvicinino ad ampie falcate, temo di avere ancora le idee un po’ confuse. Qualcosa tipo: chi sono? Dove vado? Cosa ci faccio qui? Comunque non voglio farla troppo lunga. Cercherò di limitarmi ai fatti e poi, forse, col tempo, ci conosceremo un po’ meglio. E i fatti sono che, quando avevo quattro anni, i miei genitori sono stati ammazzati. Erano due hippy americani stile figli dei fiori: sessantotto, “peace & love” e tutta quella roba lì. All’epoca giravano con un vecchio camper colorato, per le montagne del Tibet. Alla ricerca di se stessi, credo. E invece furono trovati da un gruppo di predoni che li fecero fuori e si fregarono il camper. Non si accorsero di me. Dovevo essermi allontanato a giocare da qualche parte. Quando tornai indietro li trovai stesi a terra. Non feci caso al sangue. Pensai che dormissero. Succedeva spesso, per via delle droghe e cose del genere. Non provai a svegliarli e mi allontanai di nuovo. Devo aver vagato un bel po’ per le montagne del Tibet perché, quando il Maestro Sun Lee mi trovò, ero ridotto pelle e ossa, avevo tutto il corpo coperto di piaghe e mi ero abituato a divorare radici e a bere negli acquitrini. Fu lui, il Maestro, qualche anno dopo, a spiegarmi cosa fosse accaduto ai miei. E fu lui ad allevarmi. Così sono cresciuto in un monastero tibetano. E ho imparato a vivere come i monaci. A meditare, riflettere, ridere e usare le arti marziali. Tutte cose che, come ho scoperto, mi sarebbero state utili poi. Soprattutto ridere. Nonostante le apparenze, i monaci sono dei grandi allegroni e non quei musoni che pensiamo siano, in questa parte del mondo. Ad ogni modo, quando ho compiuto diciotto anni, il Maestro mi ha convocato e mi ha detto che era ora tornassi dalla mia gente. Perché potessi capire e scegliere. Non mi volevo separare da lui era come un padre per me. Ma come tutti i padri era pure testardo. Il giorno dopo ero già in volo per New York...