martedì 25 settembre 2007

NEW YORK CITY - SOLO ANDATA

Disegno di Giancarlo Caracuzzo

Troppe emozioni in una volta sola, l’aereo, una folla di persone provenienti da tutto il mondo e il pasto più orrendo della mia vita. Finalmente con i piedi per terra, vedo New York, non sapendo cosa aspettarmi. Quella città verticale mi fece impressione, mai visto niente del genere! Non fu facile abituarsi. All’inizio non parlavo con nessuno, ero timido e imbranato. Poi conobbi Frida, una ragazza messicana più o meno della mia età. Fu un incontro, diciamo così, piuttosto originale. La prima volta che la vidi se ne stava appesa al cornicione di un palazzo da cui era stata gettata da alcuni membri di una gang rivale. Già, perché Frida faceva parte di una gang e ne era fiera. A me la cosa non piaceva ma me ne innamorai lo stesso, perdutamente, così come si innamora solo un diciottenne. Per lei, però, ero solo un amico. Almeno fino a quella sera in cui, nella sua macchina, decise che potevo essere qualcosa di più…
Ma non vi fu il tempo.
Ragazzi di una gang rivale ci spararono addosso. Io mi beccai una pallottola che si trova ancora a pochi millimetri dal mio cuore.
E lei fu colpita alla testa.

domenica 23 settembre 2007

IL MIO NOME E' LENNY

Disegno di Giancarlo Caracuzzo


Salve! Mi chiamo Lenny, Lenny Lee.
Mi è stato chiesto di scrivere qualche riga per farmi conoscere. E non so da dove cominciare. Non è mai facile parlare di se stessi. Non è per timidezza o pudore. E’ che anch’io faccio fatica a pensarmi in un modo preciso. Nonostante i trenta si avvicinino ad ampie falcate, temo di avere ancora le idee un po’ confuse. Qualcosa tipo: chi sono? Dove vado? Cosa ci faccio qui? Comunque non voglio farla troppo lunga. Cercherò di limitarmi ai fatti e poi, forse, col tempo, ci conosceremo un po’ meglio. E i fatti sono che, quando avevo quattro anni, i miei genitori sono stati ammazzati. Erano due hippy americani stile figli dei fiori: sessantotto, “peace & love” e tutta quella roba lì. All’epoca giravano con un vecchio camper colorato, per le montagne del Tibet. Alla ricerca di se stessi, credo. E invece furono trovati da un gruppo di predoni che li fecero fuori e si fregarono il camper. Non si accorsero di me. Dovevo essermi allontanato a giocare da qualche parte. Quando tornai indietro li trovai stesi a terra. Non feci caso al sangue. Pensai che dormissero. Succedeva spesso, per via delle droghe e cose del genere. Non provai a svegliarli e mi allontanai di nuovo. Devo aver vagato un bel po’ per le montagne del Tibet perché, quando il Maestro Sun Lee mi trovò, ero ridotto pelle e ossa, avevo tutto il corpo coperto di piaghe e mi ero abituato a divorare radici e a bere negli acquitrini. Fu lui, il Maestro, qualche anno dopo, a spiegarmi cosa fosse accaduto ai miei. E fu lui ad allevarmi. Così sono cresciuto in un monastero tibetano. E ho imparato a vivere come i monaci. A meditare, riflettere, ridere e usare le arti marziali. Tutte cose che, come ho scoperto, mi sarebbero state utili poi. Soprattutto ridere. Nonostante le apparenze, i monaci sono dei grandi allegroni e non quei musoni che pensiamo siano, in questa parte del mondo. Ad ogni modo, quando ho compiuto diciotto anni, il Maestro mi ha convocato e mi ha detto che era ora tornassi dalla mia gente. Perché potessi capire e scegliere. Non mi volevo separare da lui era come un padre per me. Ma come tutti i padri era pure testardo. Il giorno dopo ero già in volo per New York...